Sono in Italia proprio mentre esplode il caso Ruby -bunga bunga.
Il mondo dello spettacolo ha una lunga tradizione di scambi sessuali che favoriscono la carriera.
Sin dai miei esordi di regista, mi è capitato di rifiutare alcune proposte “allettanti”, che avrebbero cambiato radicalmente la mia vita. Rifiutando, diventi consapevole di aver scelto la via lunga per il successo, ammesso che ci arrivi.
Molti anni dopo, ai miei alunni di cinema e tv dell’Istituto d’Arte di Monopoli – così affascinati, ammaliati, condizionati, dai media – svelavo anche un po’ di “dietro le quinte”, perché si svegliassero.
Un giorno, racconto un episodio sui miei primi passi nel mondo del cinema. Seguivo un film che si girava in Puglia e mi fecero una proposta che mi avrebbe portata dritta a Roma, con molti mezzi e porte aperte a disposizione. Ad una sola condizione: che ci fossi stata, che l’avessi “data”. Un coro di domande mi anticipa in classe: “Professoressa, e lei che ha fatto?!!!”. Quando rispondo “Chiaro, ho rifiutato!”, un’alunna s’indigna:” Nooo!!! Professorè, perché?!! Io l’avrei fatto, tanto che ci vuole… insomma, una volta che si conclude, poi ottieni il successo!” Nessuna mia obiezione la convince, neanche il dubbio di ottenere davvero ciò che le è stato promesso, con tutta la concorrenza di ragazze come lei in giro.
Ciò che m’importa della vicenda Ruby, non è lo spettacolo penoso di un premier con la pompetta, ma che ci siano donne che hanno perduto la sacralità del proprio corpo e la dimensione autentica del piacere. Da femminista ho lottato per la libertà sessuale, non per la mercificazione e la degradazione della donna. Registro l’equivoco, ancora una volta. Negli anni ‘70 si gioiva per il fiorire di radio libere e tv private, si parlava di pluralismo, oggi ci si può rendere conto che il vero progetto di controllo e consumo di allora è quasi realizzato.
Manco da due anni dall’Italia e vedo una regressione enorme. Il condizionamento di massa è penetrato ancora più in profondità. E i canali attraverso cui ciò avviene si sono moltiplicati. Oggi in una casa non ci sono solo le tv, sempre accese, ma si convive con videogiochi, telefonini, computer, applicazioni… Un flusso continuo di immagini, che si assimilano inconsciamente.
All’ora di pranzo, fascia oraria per famiglie, vedo un “normale” servizio di costume del TG2 che spiega alle donne cosa devono fare per piacere agli uomini: e giù tutto il vecchio arsenale di tacchi a spillo, scollature, sculettamenti e trucchi volgari. Bevo l’amaro calice fino in fondo.
Per me, regista e giornalista della scomparsa serie televisiva “Occhi di donna”, progetto pilota per le pari opportunità nei media, è un cazzotto nei denti. Non solo non è cambiato niente ma la situazione è peggiore di quel che sembra.
Osservate le bambine, sempre più addestrate a fare le “lolite”, da un mercato che se ne frega dell’etica o dei traumi psichici con cui crescerà ancora un’altra generazione.
Ciò che sta prevalendo a livello di massa è un modello pubblicitario, semplice, ripetuto, seriale, capace di stabilirsi in modo permanente nella memoria, individuale e collettiva. Condizionano le menti, continuano a pompare immagini artificiali, che si trasformano in desideri, proiezioni, identificazioni…
Per questo, pubblico con piacere un brano tratto dal mio Format di “Occhi di donna” (1999), il bilancio di un’esperienza collettiva, ancora maledettamente attuale.















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