
Ho visto Agorà, il film di Alejandro Almenabar, che in Italia non ha distribuzione pare a causa dell’opposizione della Chiesa, che preferisce che certe sue storie “imbarazzanti” non vengano divulgate.
Avendo avuto la “sacrosanta” libertà di vederlo, qui in Spagna, posso anche “confessare” la delusione per la superficialità di questo kolossal, che pure racconta con grandi mezzi ed immagini potenti, la storia dell’uccisione della filosofa Ipazia per mano di una turba di cristiani inferociti, sobillati da quel Cirillo di Alessandria che poi, per altre ragioni, è stato fatto santo.
La sua morte è descritta con parole crude dallo storico cristiano del V secolo Socrate scolastico:”Le strapparono le vesti di dosso, sfregiarono la sua pelle e lacerarono le carni del suo corpo con delle conchiglie affilate finché non esalò l’ultimo respiro. Squartarono il suo corpo e la ridussero in cenere”.
Immagini troppo violente, evidentemente, anche per una pellicola che affronta un tema coraggioso: nella finzione cinematografica Ipazia si fa uccidere, prima delle torture, da un ex schiavo pietoso, innamorato di lei. E fin qui, poco male. Non ricordo un kolossal che non abbia romanzato la storia, pur di piacere al botteghino.
La mancanza principale sta nel personaggio di Ipazia, presentata come matematica e non come maestra di filosofia platonica quale era: un personaggio privo di spessore, leggero, una mosca bianca, circondata solo da uomini, che tentano di proteggerla dalla sua intelligente caparbietà, perché sono innamorati di lei e della sua bellezza.
Purtroppo le opere di Ipazia sono andate perdute e anche le fantasie contemporanee risentono dell’ignoranza sulle origini antiche di un femminile autorevole e sapiente, cancellato dalla cultura patriarcale.
Ipazia non era l’unica filosofa dell’antichità. Recensendo un libro di Gilles Ménage, latinista precettore di Madame de Sevigné e di Madame de Lafayette, il “Mulierum philosopharum historia”, scritto nel 1690 e ripubblicato in Francia nel 2003, con il titolo “Histoire des femmes philosophes”, Umberto Eco commenta:
“Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all’età classica, il libro di Ménage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l’epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Ménage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l’idea di filosofia in senso abbastanza lato.
Se si calcola che nella società greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono aver fatto queste pensatrici per potersi affermare. D’altra parte, come cortigiana, per quanto di qualità, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse.
Sono andato a sfogliare tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non è che non siano esistite donne che filosofassero. È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.” (Umberto Eco, L’espresso 11/12/2003)
Appropriazioni, stravolgimenti, occultamenti di un femminile sapiente, a dispetto delle apparenze attuali di “pari opportunità”, continuano ancora.
Cronica Atlantida
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