Metagenealogia

18 10 2011

Metagenealogia - oleo sobre lienzo, cm.40x40

Rinascita perfetta - oleo sobre lienzo, cm.40x40

4 Centri di Coscienza - oleo sobre lienzo sobre madera, cm.22x33

I mie nuovi cuadri, ispirati dalla lettura/meditazione del libro “Metagenealogia” di Alexander Yodoroswky e Marianne Costa.





La mia famiglia, l’Umanità.

19 08 2011

I miei genitori hanno vissuto la 2° Guerra mondiale.

I miei nonni hanno vissuto la 1°.

I miei avi hanno vissuto tutte le guerre del mondo.

Ramificando nel passato il mio albero genealogico, la mia famiglia coincide con l’Umanità.

Nei miei geni c’è tutto il sapere ciclicamente accumulato e disperso, millennio dopo millennio, catastrofe dopo catastrofe, dagli esseri che mi hanno preceduto.

Nei  miei geni c’è anche tutta la meschinità, la crudeltà, l’egoismo, dell’apparato digerente che ci tiene in vita.

Sono nata con le speranze del 1954, nell’Italia della “Grande ricostruzione”.

Non ho vissuto guerre, solo piccoli conflitti, sociali, politici, culturali, di “genere”.

Sono stata fortunata ma non so se durerà.

Vedo il mondo franare intorno a me.

Vedo le menti addomesticate delle masse.

Vedo le minacce all’esistenza stessa del pianeta.

Sono stata zitta a lungo, nascosta perfino a me stessa, trasformata in un sordo borbottio di frustrazione e perfezionismo.

Sento di avere poco tempo. Devo parlare con brevità e franchezza. Devo essere maleducata, forzare il mio condizionamento alla metafora opportunista, imparare a dire “NO”, invece di mediare per essere accettata.

“Lottare contro” o “Pensare positivo” non basta, non elimina le Ombre, le emozioni segrete che ci muovono come automi nella vita reale. Smascherando gli auto-inganni della psiche, si rivela ciò che si può combinare… sentendosi “molto buoni”.

Umani, abbiamo il dovere di scoprire i nostri automatismi emotivi e mentali, per non ripetere sempre gli stessi errori. Diamo il nostro contributo all’Albero generazionale che ci unisce: apportiamo Coscienza.





Come api sul vetro

27 06 2011

A volte siamo noi così, come questa ape entrata in casa mia, che ora non sa più uscire.

Confusa dal vetro, che fa da filtro alla realtà, che “sembra” la realtà. E ci sbatte contro, continuamente, ripete gli stessi movimenti per uscire, non ricorda di averci già provato in quel modo. Continua a stancarsi con i suoi movimenti inconsulti, a sprecare energia, ostinandosi a provare in una sola direzione…

Ti ho aperto le finestre, ape mia, com’è possibile che non senti l’aria che ti respira intorno? Sono meno di 30 centimetri pero tu non te ne accorgi.

La creatività, lo “sguardo divergente”, è una caratteristica soprattutto umana, eppure anche noi la usiamo così poco… Ripetiamo ciò che già sappiamo e spesso non vediamo vie d’uscita anche se le finestre sono spalancate.

Mi rispecchio in te, ape amica. Grazie per i tuoi insegnamenti, scatto qualche foto e ti aiuto a volar via.

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Il segreto di Tommaso Mastromarino (detto Masino), mio padre.

25 05 2011


Quando eravamo ragazzi, chiedevamo a nostro padre di parlarci di ciò che aveva fatto in guerra. Io ero della sinistra extraparlamentare, mio fratello anarchico, ed entrambi simpatizzavamo per i partigiani. Tutti parlavano della guerra di liberazione contro i nazisti, perciò avervi partecipato aveva molto valore. Mi avrebbe fatto piacere avere un padre eroe però, ogni volta, lui frustrava i miei desideri e mi rispondeva “non ho fatto niente, ero in montagna, lontano da tutto, non ho mai sparato un colpo”. E basta, non aggiungeva altro.

Qualche anno fa intervistai mio zio, Franco Sciacqua, fratello di mia madre Agata, sulla storia della famiglia Sciacqua. C’era anche Agata. Franco mi raccontò di un suo zio anarchico ucciso, fratello di mia nonna Rosaria, socialista come suo marito Gaetano, persone e fatti di cui mamma, con sua grande meraviglia, non sapeva niente. Poi aggiunse che anche Masino aveva fatto molte cose che noi non sapevamo, neanche Agata! Mamma protestò: “Ma che dici!!!” e lui le disse: “Ma che sai tu, tu non sai niente!!!”. E spiegò che Agata allora (a 14 anni) era una Balilla e per sicurezza, non le dicevano niente di tutte queste storie, perché temevano addirittura che lei li denunciasse, tanto era arrabbiata per il “tradimento” degli italiani dopo l’armistizio del ’43. Mamma ascoltò a bocca aperta e si ammutolì, con lo sguardo di una che ci pensa bene e si rende conto che può essere vero. Zio Franco non aggiunse altro su mio padre. Restammo in silenzio, tutti. Era troppo forte ciò che aveva detto.

Forse per questo, ora che ho ritrovato queste carte tra le mie foto, le ho guardate con altri occhi.

Mio padre era tristemente noto in casa per buttare via tutto: carte, oggetti, dischi, niente si salvava dal suo desiderio di ordine, nessun oggetto era tanto “sacro” (nemmeno come ricordo) da non poter essere gettato.

Eppure, nel cassetto del suo comodino, custodiva gelosamente alcune carte: i documenti e le foto della Divisione Folgore, i suoi diplomi scolastici, una foto e una cartolina di adesione “alcolica”, la prima e unica poesia d’amore scritta per sua moglie Agata, le letterine luccicanti messe sotto il piatto delle feste dai figli piccoli.

Queste erano le cose importanti per lui. Queste carte raccontano una storia di lui che non conosciamo, come se nel cassetto papà avesse conservato… le sue emozioni nascoste. Una pista segreta per chi abbia voglia e capacità di decifrare le tracce, un irresistibile invito ad approfondire per me, sua figlia.

Comincio ad indagare partendo dai fatti. Ricostruisco su internet una breve storia della Divisione Folgore, attingendo a diverse fonti, perlopiù militari. Voglio date, cifre, mappe, particolari sui genieri. Considero importanti anche le indicazioni sulle sofferenze, i percorsi, il clima, la fame, le azioni di guerra, perché ci si può immedesimare e immaginare l’intensità emotiva delle situazioni. Il risultato è questa storia sintetizzata.

 

Storia della Divisione Folgore

Costituito a San Potito Sannitico (BN) il 25 settembre 1944, il Gruppo di Combattimento “Folgore” prosegue la storia del C.I.L. (Corpo Italiano di Liberazione), portando il suo contributo alla spallata finale che aprirà la strada verso la pianura padana e l’Italia del Nord. Il “Folgore” raduna in un solo reggimento i resti di sei battaglioni paracadutisti, decimati e senza rimpiazzi dal 1943, assume nei suoi ranghi i marinai del “San Marco” e gli artiglieri del 184°: le storie della Divisione paracadutisti “Folgore” (185^) e della Divisione paracadutisti “Nembo” (184^), si fondono proprio durante la Guerra di Liberazione per effetto del riordinamento della “Nembo” in Gruppo di Combattimento.

Il fascinoso nome “Folgore”, quello della divisione vittoriosa nella sconfitta di El Alamein, considerata eroica persino dai britannici, costituiva già un riferimento di valore per i paracadutisti italiani, senza contare che diversi erano gli Ufficiali e gregari della “Nembo” reduci del deserto e dell’esperienza africana. Schierato nel settore Senio-Santerno, in sostituzione della 6^ Divisione corazzata britannica, settore cerniera tra la zona appenninica e quella della Valle Padana, a partire dal 10 aprile 1945, l’Unità partecipò all’offensiva di primavera e avanzò nelle valli di Santerno e Sallustra. L’attacco fu iniziato dal II battaglione “Nembo”: i paracadutisti, combattendo all’arma bianca e a colpi di bombe a mano, riuscirono a espugnare buona parte delle posizioni nemiche, al costo di 32 morti e 52 feriti.

Nella notte del 20 aprile 1945, il nemico abbandonò tutte le posizioni a nord di case Grizzano, per cui il “Folgore”, per ordine superiore, fu concentrato nella zona Faenza-Brisighella: la guerra per la gloriosa Unità era ormai terminata. In particolare, cento uomini del Gruppo, scelti nelle fila del reggimento paracadutisti, costituiscono la “Centuria Nembo” che viene avio-lanciata nella notte del 20 aprile 1945 alle spalle della prima linea tedesca con il compito di attaccare e distruggere qualsiasi unità, deposito, centro logistico del nemico.

Finita la guerra il Gruppo prosegue fino al Brennero e rimane dislocato in Alto Adige a Bressanone (BZ). Sostituito il Reggimento Marina con il Reggimento “Garibaldi”, formato da militari Italiani che combatterono la guerra partigiana in Jugoslavia, il 15 ottobre 1945 assume il nome di Divisione di Fanteria “Folgore”. Nel 1946 si sposta a Firenze.


TRASFORMAZIONE DELLA DIVISIONE IN GRUPPO DI COMBATTIMENTO «FOLGORE».

In data 24 settembre 1944 la divisione paracadutisti «Nembo» venne sciolta e, sotto la stessa data, venne costituito, attorno al ceppo fondamentale della «Nembo», il Gruppo di combattimento «Folgore» con una fisionomia organica caratteristica derivante dalla riunione di paracadutisti e marinai, come si può rilevare dalla formazione seguente:

-       comando (con 2 sezioni carabinieri e un nucleo inglese di collegamento tra comando Gruppo di combattimento e comando inglese);

-       Rgt. paracadutisti «Nembo», su 1 Cp. comando reggimentale, 3 Btg., 1 Cp. mortai da 76 e 1 Cp. cannoni da 6 libbre (cal. 57 mm,); sarebbe stato formato con la fusione e con il concorso: dei due reggimenti 183° e 184° paracadutisti, del CLXXXIV Btg. guastatori, della 184a Cp. mortai, della 184a Cp. motociclisti e della 184a Cp. complementi: unità tutte già appartenenti alla divisione «Nembo»;

-       Rgt. marina «S. Marco» (8), anch’esso su 1 Cp. comando reggimentale, 3 Btg. (il «Grado», il «Bafile» e il, «Caorle»), 1 Cp. mortai da 76 e 1 Cp. cannoni da 6 libbre (cal. 57 mm.); essendo approntati soltanto i Btg. «Grado» e «Bafile», si sarebbe dovuto provvedere a costituire ex novo il Btg. «Caorle» ;

-       Rgt. artiglieria «Folgore», su 4 gruppi da 25 libbre (cal. 87), 1 gruppo controcarro da 17 libbre (cal. 76) e 1 gruppo contraerei da 40 mm.; ciascun gruppo su 2 batterie; sarebbe stato formato utilizzando il personale dell’artiglieria della divisione «Nembo» e di altre unità di artiglieria già appartenenti al C.I.L.:

-       Btg. misto del genio, su 2 compagnie artieri e 1 Cp. teleradio;

-       servizi (servizio sanitario con sezione di sanità e 2 ospedali da campo; Cp. trasporti e rifornimenti; deposito mobile materiali artiglieria e genio; officine meccaniche).

Il lavoro per la organizzazione del Gruppo «Folgore» si presentò subito quanto mai complesso, più che una semplice trasformazione organica. Le operazioni principali possono essere così riassunte:

-       scioglimento di quasi tutte le unità di fanteria della divisione «Nembo» (183° e 184° Rgt., Btg. guastatori, Cp. motociclisti, Cp. complementi), per poter formare un solo Rgt. di fanteria paracadutista secondo le formazioni organiche previste;

-       creazione ex novo di reparti e servizi, come p. es., il Btg. marina «Caorle» e molti degli organi dei servizi, dei quali non vi era neppure riscontro nelle precedenti formazioni italiane (Cp. trasporti e rifornimenti, deposito mobile materiali artiglieria e genio, officine meccaniche);

-       fusione di personale proveniente in parte dalla divisione «Nembo» con altro personale proveniente da unità del C.I.L. e anche dalla divisione «Sabauda», per poter costituire il Rgt. di artiglieria e il Btg. misto del genio;

-       trasformazione di altri reparti secondo i nuovi criteri organici.

Dovendo riunire nella nuova grande unità elementi di diversa provenienza, e persino di forze armate diverse (reparti dell’Esercito e reparti della Marina quali quelli del Rgt. «S. Marco»), si prospettò la necessità di amalgamare tutti i reparti dipendenti, così da poter formare rapidamente un fascio di energie ad alto rendimento. Bisogna dire subito che in questo l’azione dei quadri si dimostrò efficace e fattiva in quanto svolta in mezzo a uomini già ben disposti all’affiatamento. Una necessità ancor più urgente fu quella relativa alla conoscenza e alla pratica delle armi, degli equipaggiamenti e dei materiali che man mano venivano dati in dotazione ai reparti. Tanto più poi che con i nuovi mezzi erano richiesti pure nuovi procedimenti.

Tutto il lavoro organico inteso a riordinare le unità del Gruppo di combattimento, a inquadrare i complementi in arrivo, a istruire il personale sui nuovi materiali in distribuzione, si svolse tra difficoltà di ogni genere, le quali furono tuttavia superate mercé l’elevato spirito della truppa e l’interessamento volenteroso e appassionato degli ufficiali.

Inizialmente i reparti del Gruppo furono dislocati a S. Potito Sannitico-Auduni-Calvisi-Gioia Sannitica-zona a sud di Piedimonte d’Alife. Nell’insieme la zona degli alloggiamenti era però priva di quelle risorse e di quei conforti che i combattenti della «Nembo» e del vecchio C.I.L. avevano sperato di trovare andando in zona arretrata dopo l’estenuante ciclo operativo compiuto. Solo ai primi di ottobre, tra il 4 e il 10, il Gruppo di combattimento potè ottenere di trasferirsi e sistemarsi in una zona di alloggiamenti più ampia e un pò più confortevole, tra Telese, S. Lorenzo Maggiore, Amorosi, Gioia Sannitica e Faicchio. Sia negli alloggiamenti della zona iniziale come in quelli successivi, il lavoro organizzativo in mezzo ai reparti continuò sempre con ritmo intenso. Una volta messi in condizione di funzionare i nuovi organi dei vari servizi, fu anche possibile dare impulso alle operazioni di prelevamento e di distribuzione dei nuovi materiali ed equipaggiamenti in dotazione ai reparti.

Particolare cura fu poi posta nell’affiatare le varie unità, nello svilupparne il senso dell’emulazione e nell’elevarne, con tutti gli accorgimenti, il tono morale. Verso la fine del gennaio 1945, la costituzione del Gruppo di combattimento «Folgore» poteva dirsi ben definita e ultimata dal punto di vista sia materiale che morale.


ATTIVITÀ ADDESTRATIVA

Mentre si sviluppava intenso il lavorio organizzativo del Gruppo, veniva contemporaneamente dato impulso alla preparazione addestrativa dei reparti secondo gli orientamenti delle truppe alleate, fra le quali il Gruppo era in definitiva destinato ad operare. A tale scopo furono inviati a frequentare una serie di corsi, presso le scuole di addestramento inglesi, ufficiali, sottufficiali e graduati, destinati a costituire il primo nucleo di istruttori su: armi, materiali e procedimenti d’azione dell’Esercito britannico. L’addestramento venne svolto con una successione di tempi razionale, in modo da diffondere gradatamente, in mezzo ai quadri e ai militari tutti, la conoscenza tecnica delle nuove armi, dei nuovi materiali e dei nuovi procedimenti mediante:

-       corsi allievi istruttori, per la formazione di un sufficiente numero di elementi ben preparati, i quali, usando armi cedute temporaneamente in prestito anche da qualche altro Gruppo di combattimento, fossero stati poi in grado di preparare altri istruttori presso i vari reparti;

-       corsi per specializzati, con i quali poterono esser preparati circa 800 conduttori di automezzi e cingolati e circa 200 marconisti;

-       corsi di istruzione, in un secondo tempo, per tutti i reparti, sulle armi e sul tiro con esercitazioni pratiche;

-       corsi di addestramento tattico per ufficiali subalterni e comandanti di compagnia, nonché corsi di conferenze orientative per gli ufficiali di tutti i gradi; seguivano, ai corsi, anche esercitazioni tattiche delle minori unità.

Non essendoci ancora una regolamentazione che desse un sicuro e chiaro orientamento all’attività addestrativa dei quadri, il comandante del Gruppo provvide, con la collaborazione degli ufficiali inglesi del nucleo di collegamento a:

-       far tradurre e diramare alcuni dei più importanti regolamenti tattici dell’Esercito britannico (sull’addestramento ed impiego del plotone di fanteria; sull’impiego dei reparti mortai da 3 pollici; sull’impiego del Btg. di fanteria; sul Btg. di fanteria nell’attacco notturno, nello scavalcamelo e nella sostituzione);

-       far tradurre e diramare le circolari più importanti riflettenti l’organizzazione dei servizi e dei movimenti, nonché le liste di equipaggiamento normali e speciali (corrispondenti ai nostri tomi di mobilitazione), sempre dell’Esercito britannico;

-       far tradurre e diramare le norme sulla manutenzione, sul funzionamento ed impiego dei nuovi materiali di artiglieria e del genio.

Particolare cura fu posta sia nelle esercitazioni di tiro, sia nelle esercitazioni tattiche di plotone, di compagnia e di battaglione. L’attività addestrativa, malgrado le condizioni stagionali sempre più avverse, venne intensificata con l’approssimarsi dell’entrata in linea del Gruppo di combattimento. Allo scopo di completare il programma addestrativo, vennero svolte in febbraio 1945, pur in condizioni sfavorevoli, esercitazioni a fuoco d’insieme con intervento di reparti di fanteria e di artiglieria e pernottamento in campagna; né furono trascurate affatto le esercitazioni notturne. Dei buoni risultati conseguiti in tale attività, i comandi alleati si dimostrarono ben soddisfatti.


MOVIMENTI VERSO LA ZONA D’IMPIEGO

Abbiamo visto che il Gruppo «Folgore» venne, in un primo tempo, sistemato nella zona del Sannio. A metà gennaio 1945, però, ebbe ordine di spostarsi nella zona di Ascoli; perché ciò avrebbe dato modo, al Gruppo, non solo di compiere un ulteriore periodo intensivo di addestramento su un terreno meglio idoneo di quanto non fosse quello del Sannio, ma di fare anche uno sbalzo avanti verso la zona d’impiego.

Il trasferimento venne compiuto, a fine gennaio, con gli automezzi, in condizioni climatiche particolarmente avverse, tanto che alcune colonne, durante il percorso in strade di montagna, rimasero per qualche giorno bloccate a causa della neve. Nondimeno, il 2 febbraio tutti i reparti raggiunsero al completo la nuova zona, dopo aver superato non lievi difficoltà. Nella zona di Ascoli il Gruppo « Folgore » si dislocò nel triangolo Porto d’Ascoli-Mosciano-S. Angelo-Ascoli Piceno, passando nel contempo alle dipendenze operative del X Corpo britannico. Trascorso un breve ma intenso periodo addestrativo, con risultati eccellenti, come è stato già accennato prima, il Gruppo venne giudicato dai comandi alleati in grado di poter essere impiegato in linea, anche con 15 giorni di anticipo sulla data prevista, nel settore del XIII Corpo britannico.

A fine febbraio, infatti, il Gruppo «Folgore» si spostò a nord per portarsi nella zona d’impiego, in sostituzione della 6a divisione corazzata britannica, tra il Gruppo di combattimento «Friuli» a destra e la 10a Divisione indiana a sinistra (Val Senio-Val Santerno). Il movimento, tranne che per i mezzi cingolati i quali si spostarono per ferrovia, fu da tutto il Gruppo compiuto per via ordinaria su più colonne, in due tappe con sosta a Foligno e con inizio il 27 febbraio. Al termine della seconda tappa, i reparti raggiunsero la zona di Vicchio, dove sostarono la notte, proseguendo successivamente per la zona d’impiego. Nella notte del 1° marzo, i reparti del Gruppo di combattimento, secondo gli ordini ricevuti, cominciarono le operazioni di sostituzione in linea, sulle posizioni tra il Senio e il Santerno, ultimandole il giorno 3. Dalle ore 12 del 3 marzo, la responsabilità del settore già tenuto dalla 6a divisione britannica, venne assunta dal comandante del Gruppo «Folgore».

 

Chi erano “gli alleati” prima dell’armistizio del 1943: lo sbarco in Sicilia

Dopo aver sconfitto le truppe italo-tedesche ad El Alamein, in Egitto, e dopo il successo dell’invasione del Marocco e dell’Algeria (novembre 1942, “Operazione Torch”), ora che la vittoria in Nordafrica era praticamente completa, bisognava preparare la mossa successiva: penetrare l’Europa. La decisione su dove aprire il “secondo fronte” di lotta all’Asse cadde sulla Sicilia. Fu scelta per il semplice fatto che l’Italia rappresentava l’avversario più debole”. Il “ventre molle” dell’Europa come ebbe a definirla Churchill.

(…)si decise di attaccare dall’alto e bombardare l’isola. Su Pantelleria, in soli sei giorni tra il 6 e l’11 giugno 1943, furono sganciate ben 5.000 tonnellate di bombe. Più di 11.000 prigionieri caddero nelle loro mani. Nei due giorni successivi anche le isole vicine di Lampedusa e Linosa capitolarono; gli abitanti della prima, addirittura, si arresero in massa dinanzi al pilota di un aereo costretto ad atterrare per mancanza di carburante.

Gli Alleati prevedevano di impegnare nell’operazione Husky, come veniva indicato in codice lo sbarco in Sicilia, 2775 navi da guerra e da trasporto, 1124 mezzi da sbarco, 4000 aerei , 14.000 veicoli, 600 carri armati, 1.800 cannoni e una quantità indefinita di munizioni, armi, vettovaglie e carriaggi, il tutto gestito da oltre 400.000 uomini. Le forze italiane impegnate in Sicilia consistevano di circa 200.000 italiani con un centinaio di carri armati e 28.000 tedeschi con 165 carri. In realtà l’isola, nonostante il grande numero di uomini in essa dislocati, non era strategicamente attrezzata. Mancavano le fortificazioni, gli armamenti, i mezzi logistici ed era priva di una valida protezione antiaerea. La superiorità degli Alleati era dunque schiacciante. Il giorno 9 infatti la nostra ricognizione avvistava la flotta d’invasione in navigazione verso le coste siciliane e lo stesso giorno 9, alle ore 22,30, 364 aerei e 12 alianti lanciavano sulle coste meridionali della Sicilia una divisione di paracadutisti britannica. Contemporaneamente, più ad ovest, scendevano i reparti della 82a divisione paracadutisti americana. Frattanto la flotta di invasione, al largo, si apprestava a sbarcare sulle spiagge le proprie divisioni.

All’alba del 10 luglio, alle 04.45, la 7° Armata Usa sbarca sulle spiagge di Gela e l’8° Armata inglese su quelle di Pachino e Siracusa. Un fronte costiero di 260 km, da Licata alla penisola della Maddalena pullulava di navi, mentre dall’aria stormi di caccia bombardavano a tappeto per proteggere lo sbarco. Fu la più imponente operazione militare fino ad allora vista nel mediterraneo. Sbarcarono 13 divisioni di fanteria, 2 due divisioni corazzate, 2 aviotrasportate e diversi reparti speciali . A comandare l’operazione erano i generali Bernard Montgomery per i britannici e George Patton per gli statunitensi. Nei giorni successivi le truppe alleate avanzarono a tenaglia e si scontrano con le divisioni “Hermann Goring” e “Livorno”, che ben presto, nonostante alcuni eroici tentativi di resistenza come a Noto e a Cassibile, si ritirano, specie i tedeschi, nel tentativo di raggiungere lo stretto e trasbordare sulla terraferma, mentre tra le fila degli italiani tutti coloro che erano di origine siciliana, ed erano la maggior parte, cominciavano a disertare nel tentativo di raggiungere le famiglie.

L’avanzata anglo-americana

Il 13 luglio venne occupata Augusta e il 15 Il premier inglese Winston Churchill e il presidente americano Roosevelt lanciarono un comune appello agli italiani affinché decidessero “se vogliono morire per Mussolini e Hitler oppure vivere per l’Italia e la civiltà”. Intanto gli Alleati conquistano Agrigento e il giorno dopo Caltanissetta e il 22 gli americani entrano a Palermo. Trovarono una città fantasma, distrutta, saccheggiata e abbandonata. Nelle campagne si incontravano torme di sbandati, civili fuggiti dai bombardamenti e soldati in fuga, siciliani in massima parte, che all’avanzare delle truppe alleate avevano disertato per raggiungere le famiglie. Fu in questo clima di sfacelo che il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo sfiducia Mussolini, il re ordina il suo arresto e affida a Badoglio l’incarico di guidare il nuovo governo.

Il 27 luglio il gen. Alexander, comandante il XV Gruppo d’armate, sposta il suo Quartier Generale dall’Africa in Sicilia. Il 5 agosto viene occupata Catania, dagli inglesi agli ordini del generale Montgomery, e il 17 il gen. Patton entra a Messina. L’intera operazione è durata 38 giorni e pochi giorni dopo, il 3 settembre 1943, viene firmato l’armistizio corto, un pietoso eufemismo che sta per “resa incondizionata”, l’atto con il quale il Regno d’Italia cessò le ostilità contro le forze alleate. Solo a firma avvenuta fu bloccata in extremis dal generale Eisenhower la partenza di cinquecento aerei in procinto di decollare per una missione di bombardamento su Roma, minaccia che aveva costretto Badoglio ad accettare la resa senza condizioni, e che senza dubbio sarebbe stata attuata, come già era successo il 19 luglio, se il trattato non fosse stato firmato.

 

 (il primo a sinistra, seduto, è mio padre)

CHE SUCCEDEVA A BARI NEL 1943?

Massimiliano Ancona, Corriere della sera 2003

Bari 1943, una Pearl Harbor dimenticata

Oltre mille morti, militari e civili, nel più grave episodio di guerra chimica del conflitto

Bari, 2 dicembre 1943, come Pearl Harbor, 7 dicembre 1941. Fu il Washington Post, sessanta anni fa, un paio di settimane dopo l’ incursione tedesca sul porto pugliese, a scrivere che «quello di Bari è stato il più grave, improvviso bombardamento subìto dopo Pearl Harbor. Delle 30 navi nel porto almeno 17 sono state affondate, fra le quali 5 mercantili americani, e 8 molto danneggiate. Le perdite in uomini sono state almeno un migliaio». La conferma della sconfitta giunse poi dal generale Eisenhower in persona che, quattro anni dopo la fine del conflitto, scrisse in un’ opera destinata al grande pubblico (Crociata in Europa): «Il 2 dicembre ‘ 43 avvenne nel porto di Bari un incidente molto spiacevole e inquietante… il porto fu soggetto a un’ incursione e subimmo la più grave perdita inflittaci con attacco aereo dell’ intera campagna militare nel Mediterraneo e in Europa». Ma ciò che l’ autorevole giornale americano prima ed Eisenhower dopo non scrissero, fu che tra le navi distrutte c’ era la «John Harvey», esplosa con il suo carico di un centinaio di tonnellate di bombe all’ iprite (o gas mostarda), sostanza chimica vescicante e mortale (usata dai tedeschi nella cittadina belga di Ypres già durante la Grande Guerra), nonostante che il Trattato di Ginevra, promosso dalla Società delle Nazioni, l’ avesse già bandita dal 1925. Il Washington Post non lo scrisse perché la censura militare, al riguardo, fu rigidissima. «I sintomi non sembrano quelli provocati dal gas iprite», disse il primo ministro britannico, Winston Churchill, riferendosi alla diagnosi del colonnello Alexander, il consulente medico inviato a Bari il 7 dicembre ‘ 43 dal Quartier generale di Eisenhower, per accertare le cause delle decine di morti inspiegabili, dopo l’ attacco della Luftwaffe. Il personale sanitario degli ospedali militari, infatti, aveva curato i superstiti ritenendoli sotto choc per la permanenza nelle fredde acque del porto e l’ esposizione alle fiamme, neanche prendendo in considerazione l’ azione di un agente chimico. Ma Churchill pretese che nei rapporti, pur segretati, le ustioni di natura chimica fossero indicate con la sigla «N.Y.D.», cioè «non ancora diagnosticate» e i decessi come «dovuti a ustioni provocate da azione nemica». Il governo inglese poi, ha sempre negato ai sopravvissuti una pensione d’ invalidità per i danni permanenti provocati alla pelle. Tutte scelte «tollerate» dal comando americano di Algeri per evitare incrinature con gli inglesi. E giustificate dalla circostanza che Churchill non volle ammettere, soprattutto per ragioni di prestigio, che il raid sul porto di Bari, controllato dagli inglesi, avesse provocato il più grave episodio di guerra chimica (forse l’ unico) del secondo conflitto mondiale. (…) Episodio che fu nascosto ed è tuttora ignorato dai testi di storia. Il numero dei morti, più di mille, non è stato mai accertato, poiché molti abitanti della città furono vittime inconsapevoli di quel gas venefico. Proprio come Alessandro Raucci, investito da uno schizzo di acqua infetta durante l’ incursione e morto il giorno dopo fra le braccia dell’ amico Pietro Sbordini nei pressi della Basilica di San Nicola. In città, peraltro, c’ erano molti feriti e i militari avevano la precedenza. Un maggiore inglese negando l’ accesso in ospedale a un gruppo di civili, disse: «come sapete, è in corso una guerra». Alle vittime bisogna aggiungere, come scritto da Assennato e Leuzzi, le centinaia di pescatori in seguito contaminati (l’ ultimo caso accertato è del 2000), dal contatto delle reti con bombe all’ iprite inesplose. Che gli alleati, peraltro, si portassero sempre dietro un carico di armi chimiche, fu confermato, in modo implicito, dallo stesso presidente americano Roosevelt nell’ agosto 1943: «dichiaro categoricamente che non le useremo mai, se non saranno prima impiegate dai nostri nemici». Quattro anni dopo la fine del conflitto il generale Eisenhower raccontò nelle sue memorie i fatti di Bari seppur con l’ obiettivo di minimizzarne gli effetti: «Una circostanza connessa all’ attacco di Bari avrebbe potuto avere le più serie conseguenze… Una delle navi era carica di gas… Per fortuna c’ era il vento e il gas fuggente non recò danni. Se il vento fosse spirato in direzione opposta, però, avrebbe potuto benissimo verificarsi un disastro». Quindi, l’ iprite sulla «Harvey» c’ era. Ma persino l’ equipaggio lo seppe per vie ufficiose e fu obbligato al segreto. Un segreto temuto dal capitano Knowles, dal tenente Richardson, addetto alla sicurezza del carico, e dal tenente Beckstrom, responsabile per la manutenzione delle bombe. Ecco perché, alle cinque di sera di quel 2 dicembre, Richardson ebbe un sussulto scorgendo il ricognitore nemico che sorvolava il porto. Fuori dal tiro della contraerea, il tenente tedesco Hahn aveva contato le navi, prima di virare a nord e dirigere il ricognitore, un Me-210, verso la base per riferire ai superiori: «il palcoscenico della tragedia di Bari era allestito». Nel comando di Frascati, il feldmaresciallo Kesselring, capo delle forze naziste in Italia, pensava a un obiettivo da colpire per ritardare l’ avanzata verso nord dell’ 8a Armata britannica e ostacolare l’ organizzazione della 15a Air Force americana di stanza a Foggia e in grado, partendo da lì, di bombardare le città tedesche. Le navi costituivano il supporto logistico per entrambe le operazioni. La scelta di Bari fu, quindi, obbligata. Una squadriglia di 105 bombardieri Ju-88 piombò così sul capoluogo pugliese alle 7.25 di quella serata fredda, ma limpida. Il porto era illuminato, perché le operazioni proseguivano anche nelle ore notturne. Il tenente Teuber, comandante della spedizione, non aveva mai avuto un bersaglio così facile da colpire. Gli aerei incursori lanciarono migliaia di «finestre», cioè lamìne di stagnola, per ingannare i radar della contraerea che, quella sera, non funzionavano. Il comando inglese aveva ritenuto improbabile un attacco nemico e aveva sottovalutato il guasto alle postazioni radar sul teatro Margherita: «l’ occhio del porto era cieco in quella notte». Così, i tedeschi poterono colpire da un’ altezza di soli 45 metri, causando morte e distruzione sul molo di Levante – dove erano ancorate la maggior parte delle navi – e su tutto il lungomare. Ma anche in via Piccinni, via Abate Gimma, via Sparano e in via Crisanzio, nella zona della manifattura dei tabacchi. Solo in queste parti della città i cadaveri dei civili estratti dalle macerie furono 181. Le acque del porto diventarono un miscuglio mortale composto dall’ iprite sprigionatasi nell’ aria dopo lo scoppio della «John Harvey», dalla nafta che sgorgava dall’ oleodotto sul molo San Cataldo e dal fuoco delle esplosioni. Nel miscuglio si dimenavano centinaia di marinai sbalzati dalle navi. L’ odore «d’ aglio», caratteristico dell’ iprite, invase l’ aria per giorni, colpendo soprattutto la città vecchia, la più vicina al mare. Il raid aereo su Bari, peraltro, ebbe conseguenze anche dal punto di vista strategico. Infatti, se la guerra, nell’ Europa mediterranea, durò qualche mese in più, ciò in larga parte fu dovuto al successo di quell’ incursione. Petrolio, materiale medico, cibo, armi e quant’ altro andarono perduti, rallentando l’ avanzata alleata verso il nord Italia, che si sarebbero dovute chiudere con il congiungimento alle forze alleate sbarcate ad Anzio il 22 gennaio del ‘ 44. Il porto pugliese, infatti, per almeno un mese fu inutilizzabile e solo dall’ inizio di febbraio del ‘ 44 potè riprendere a pieno ritmo le attività. Ai baresi, dopo quel tragico 2 dicembre, non rimase che piangere i morti. Un rito che si sarebbe ripetuto il 9 aprile 1945, quando la nave americana «Henderson» saltò in aria con un carico di esplosivi causando 317 morti e 142 dispersi. Un’ altra strage. Dimenticata.

Il Battaglione S.Marco sta nella Folgore e poi va in Puglia.

I mesi successivi alla fine della guerra furono caratterizzati dall’acuirsi delle tensioni politiche e sociali, in conseguenza delle precarie condizioni generali ed economiche del Paese. Lo sconvolgimento socio-economico e politico portò manifestazioni anche violente e lo Stato fu costretto a rispondere energicamente con l’impiego delle Forze Armate. Da quest’intervento non andò esente nemmeno il Reggimento San Marco.

Il San Marco ebbe l’ordine di spostarsi prima in Lombardia e Veneto e poi dislocato in Alto Adige e la Venezia Giulia. Il 28 maggio 1945 il San Marco inquadrato nel Gruppo di combattimento Folgore si installò a Bolzano.  Gli uomini del San Marco si adattarono ai nuovi compiti, che comprendevano il controllo dei valichi del Brennero e del Resia, con l’Austria, e del Tubre, con la Svizzera; il rastrellamento degli sbandati di varia nazionalità, l’individuazione di magazzini e di depositi clandestini, il ristabilimento dell’ordine e della legalità nei paesi isolati.

L’Alto Comando Alleato, in conseguenza a disordini sempre più accesi che si verificavano in Puglia, pensò di dispiegare il San Marco in questa regione, dove l’azione contenitrice della Divisione Garibaldi non risultava efficace. Con il dislocamento in Puglia, il Rgmt. San Marco cessava di appartenere al Gruppo di combattimento Folgore, passando così alle dipendenze dell’Esercito (IX Comando Territoriale di Bari). Compito del Rgmt. San Marco era di presidiare militarmente l’area assegnata e tutelare l’ordine pubblico in sostegno alle forze di polizia. Questi furono chiamati a sedare tumulti, rapine e furti che sconvolgevano la regione.

                                    

Papà nei contesti di guerra

A dicembre del ’43 gli alleati sono già a Bari. Nel ‘43 Tommaso Mastromarino ha 20 anni, lavora come radiotelegrafista alla Stazione Centrale della Ferrovia di Bari (che non è importante come la stazione di Foggia per la guerra, mi ha sempre detto). Suo padre, mio nonno Nicola, lavora alla Ferrovia ed anche mio zio Sabino.

Non so che possa aver fatto dal ’41 (anno del diploma commerciale) al ’43. Può aver decodificato informazioni per la resistenza?  ciò spiegherebbe le allusioni di zio Franco, però queste sono illazioni. Basiamoci sui fatti.

Dal ‘43 collabora con gli alleati. E’ specializzato, ha titoli di studio ed esperienza. Questo favorisce il suo ingresso nella Divisione Folgore (costituita nel ’44). Segue l’addestramento per apprendere i codici segreti e le procedure degli alleati.

Anche se lui non spara un colpo, come ci ha sempre detto, entrando come geniere radiotelegrafista nel Comando della Divisione Folgore, deve per forza precedere, accompagnare o seguire la Divisione nei suoi spostamenti.

Non si è mai paracadutato, come più volte mi ha ribadito, ma gli tocca lo stesso patire tutte le sofferenze, la fame, la fatica, la paura, la morte di compagni e amici della Divisione Folgore, mentre risale l‘Italia al comando degli alleati, fino all’Alto Adige.

Non è un caso che, mentre le truppe s’installano a Bressanone, il suo reparto si installa a ca. 90 km di sicurezza, sulla montagna di fronte, il Monte Faloria, a Cortina d’Ampezzo (foto ricordo con amici). Da lassù non avranno sparato, ma intercettato, decriptato codici nemici, trasmesso informazioni , coordinato truppe, insomma oggi si chiamerebbe un lavoro di intelligence… coperto da segreto militare.

Papà, una specie di spia!!! Lo pensa mio marito Tito, aggiungendo che, di solito, proprio chi non racconta ciò che ha fatto in guerra, ha vissuto realmente qualcosa… Anche zio Enzo, fratello di Agata, prigioniero a Dachau, non ama ricordare e, se gli fai domande, la sua bocca prende una piega amara, non parla.

Alcuni miei ricordi sembrano confermare questa ipotesi.

Quando ero piccola papà m’insegnò le parole crociate. Lui risolveva solo quelle difficilissime, senza schema né numeri, i rebus, i criptogrammi, le altre lo annoiavano, “troppo facili” mi diceva… Usava la stenografia per i suoi promemoria, un codice di simboli per scrivere velocemente, ma ho dimenticato ciò che m’insegnò. Mi spiegò anche il codice morse, che si usava con il telegrafo. In effetti, anche quando giocava a carte era in grado di ricordare assolutamente tutto.

Mio padre aveva una simpatia speciale per mio zio Renzo, bresciano che aveva fatto il militare a Bari e che sposò Rosaria, sorella maggiore di Agata. Si assomigliavano, sarcastici, cinici, di sicuro condividevano segreti.  Ricordo le loro espressioni paracule, quando altri in famiglia parlavano con enfasi della guerra.

Finché eravamo piccoli, andavamo in vacanza in Trentino Alto Adige, con zio Renzo e zia Rosaria. Papà non voleva saperne di camminare sui sentieri, borbottava continuamente, niente funivie, seggiovie, non ne parliamo di sport. A ripensarci ora, chissà quanti ricordi avrà avuto, legati ai luoghi, alle montagne… rileggo gli spostamenti della divisione folgore per capire ciò che può aver vissuto… Masino che ho conosciuto io aveva paura di tutto: barche, aerei, montagne russe e sforzi fisici! Solo guidare, gli piaceva. Fu lui, ad un tratto, ad imporre a mamma di non passare più le vacanze in montagna…voleva cambiare orizzonti, dimenticare, rimuovere il passato?

Non è un caso che conservi proprio questa cartolina U.V.A., un servizio volontario, questa volta godereccio e alcolico. Trovò questa cartolina in una baita di montagna dove zio Renzo ci portò in escursione, dopo aver bevuto uno di quei centerbe a 90°, buoni per il freddo e le sbornie immediate. Scoppiò a ridere e non la smetteva più, una risata piena, di godimento, d’identificazione. Forse capitò a tutti di ridere così, erano gli anni ’60. Papà che guida allegro e sicuro su una mulattiera tra gli strapiombi, sta nei miei ricordi come un eroe, un intrepido. Anche la foto in cui ride fu scattata ad una macchinetta ed era realmente in “servizio alcolico”.

Fu così che, in quegli anni, ficcò le sue emozioni in un cassetto e si tuffò nel lavoro. Volle – “lo pretese!” direbbe mamma – che sua moglie Agata diventasse bionda, come nei film americani.

Il cinema è l’unico legame che ha mantenuto con la guerra, sin da bambina me li ha fatti vedere tutti, andavamo solo noi due… ora comprendo quanto fossero vicini alla sua storia emotiva segreta. Il “caso” mi ha dato l’opportunità di rivedere mentre scrivo, “Quella sporca dozzina”, il film che lui ha amato più di tutti. È la storia dell’addestramento di un gruppo di carcerati, ribelli, indisciplinati, sarcastici, irrispettosi dell’autorità militare, che si trasformano in eroi. Compiono un’azione di sabotaggio ad un’antenna trasmittente e fanno strage di ufficiali tedeschi ma, anche loro, muoiono quasi tutti. Somiglia a situazioni che ha vissuto lui, somigliano a lui??!

I suoi diplomi d’onore portano le date del ’45 e e il foglio di congedo è del ’46. Subito dopo papà entra a lavorare all’A.N.S.A., forse proprio grazie ai suoi meriti di guerra.

C’è un altro documento che conferma l’ipotesi di un segreto.

Nel 1966 Tommaso Mastromarino fu nominato Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” ma lui si sfotteva da solo per questo titolo, e ci rideva su, con i suoi amici. Da socialista lombardiano, rideva della beffa della firma di Saragat su quella pergamena. Quando gli chiedevo i motivi dei suoi meriti, mi rispondeva che era “Cavaliere del lavoro” e che era per meriti di lavoro. Però, esaminando il documento, non c’è traccia della parola “lavoro”. Nel ’66 papà ha 43 anni, un po’ troppo presto per guadagnare meriti sul lavoro. Ho fatto un po’ di ricerche per capirne di più.

L’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” è il più alto degli Ordini Cavallereschi nazionali, che sono:  Ordine Militare d’Italia; Ordine della “Stella della Solidarietà Italiana”; Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”;  Ordine Cavalleresco “Al Merito del lavoro; Ordine di Vittorio Veneto. I requisiti per poter essere insigniti di una onorificenza dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana” sono: “Aver acquisito benemerenze verso la Nazione nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte ai fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari.”

È evidente che l’unico campo in cui può aver guadagnato l’onorificenza è quello militare. L’Ordine è regolato da leggi emanate tra il 1951-1952, cioè nel dopoguerra. Capo dell’Ordine è il Presidente della Repubblica. Le onorificenze hanno lo “scopo puramente morale di attestare pubblicamente le benemerenze acquisite per meriti personali”.

Che ha fatto Tommaso, che io non so? Quali sono i suoi meriti personali? E bravo papà, hai mantenuto il tuo segreto fino all’ultimo, come quella sporca dozzina…

La prima puntata di questa storia finisce qui.

Se c’è ancora qualcuno che sa, che parli! Oggi nessuno può più soffrire se i segreti vengono svelati. Chissà, se l’ictus non gli avesse tolto la parola per 14 anni, magari qualcosa avrebbe raccontato… Di certo, ha voluto che quei documenti rimanessero lì, a testimoniare la sua storia. Me lo disse mia madre, quando me li consegnò: “Per lui erano molto importanti”. Io le risposi: “Se li sarà dimenticati…” Mia madre ribadì: “No, non li ha dimenticati! Poco tempo prima che morisse, stavo mettendo in ordine e gli chiesi che volesse fare di quelle carte, e lui insistette perchè rimanessero lì!! Tu sei l’unica per cui questi documenti possono avere un valore, tienili tu.”

Ed eccomi finalmente qui, dalle Canarie, a scrivere la storia di mio padre, seguendo la pista che mi ha lasciato. Chiedo aiuto ai suoi amici, a chi sa. Grazie.





Sol y Luna

24 03 2011

Appunti di vita in Fuerteventura. Duetto per fotografia e video di Tito Di Pippo e Ida Mastomarino, produzione Art Quijote, creazione Ida Mastromarino. Aspettando la Luna piena del 19/3/11, per le Dune di Corralejo, Spazio naturale protetto dell’Isola di Fuerteventura. Il pianeta si avvicina tanto alla Terra, solo ogni 20 anni.

La musica dei Tangerine Dream e alcune meditazioni del Mestro spirituale e fisico quantico Deepak Chopra, accompagnano il crescendo di immagini orchestrato dalla natura.

¿Eres capaz de verte come el punto alrededor del cual todo está girando?

Los mundos interno y externo están conectados. Ambos tienen la misma fuente; están organizados por la misma inteligencia profunda; se responden entre sí. En un nivel íntimo, tu existencia se entrelaza con el universo, no por azar sino por intención.

¿Por qué ciertos momentos parecen tener una magia irrepetible? Sólo tú puedes saberlo, pero no lo sabrás si no te sintonizas con el sentimiento. El símil mas cercano que se me ocurre en esta clase de relación privilegiada es la que se da entre personas que se aman.(…)

Nuestra fusión con algo más grande que nosotros es una fusión de dos subjetividades. Se le ha llamado relación “yo y tú”, o la sensación de ser como una ola en el océano infinito del Ser. No permitas que nombres y conceptos te distraigan. No hay una manera determinada para relacionarte con el universo. Sólo relaciónate a tu modo. Un niño pequeño, como mi nieta, encuentra su camino hablando con árboles y dragones invisibles. Ésa es su relación privilegiada. Cual será la tuya? Estremécete de expectación y descúbrelo.”

Deepak Chopra






L’autostima del riccio

18 03 2011

“Appunti di vita in Fuerteventura” de Ida Mastromarino, música Tito Di Pippo.

Nel giardino di casa c’è sempre acqua e cibo per gli animali che passano di là, una “oasi” al confine del deserto delle Dune Di Corralejo, in Fuerteventura.

Questo riccio coraggioso non ha paura nè di gatti nè di umani nè di telecamera. Ha fame e si riconosce il diritto di mangiare. Chiaro, i suoi aculei gli danno sicurezza, però non sta in tensione, non vuole guerre, confida in se stesso e in quelli che lo circondano. I gatti non sanno che fare con il suo rilassato coraggio e se ne vanno. Può essere un cartone animato come una parabola sulla condizione umana. Osservare il comportamento degli animali ci aiuta a crescere come razza. Pace e abbondanza per tutti gli esseri.





Occhi di donna

15 02 2011

Sono in Italia proprio mentre esplode il caso Ruby -bunga bunga.

Il mondo dello spettacolo ha una lunga tradizione di scambi sessuali che favoriscono la carriera.

Sin dai miei esordi di regista, mi è capitato di rifiutare alcune proposte “allettanti”, che avrebbero cambiato radicalmente la mia vita. Rifiutando, diventi consapevole di aver scelto la via lunga per il successo, ammesso che ci arrivi.

Molti anni dopo, ai miei alunni di cinema e tv dell’Istituto d’Arte di Monopoli – così affascinati, ammaliati, condizionati, dai media – svelavo anche un po’ di “dietro le quinte”, perché si svegliassero.

Un giorno, racconto un episodio sui miei primi passi nel mondo del cinema. Seguivo un film che si girava in Puglia e mi fecero una proposta che mi avrebbe portata dritta a Roma, con molti mezzi e porte aperte a disposizione. Ad una sola condizione: che ci fossi stata, che l’avessi “data”. Un coro di domande mi anticipa in classe: “Professoressa, e lei che ha fatto?!!!”. Quando rispondo “Chiaro, ho rifiutato!”, un’alunna s’indigna:” Nooo!!! Professorè, perché?!! Io l’avrei fatto, tanto che ci vuole… insomma, una volta che si conclude, poi ottieni il successo!” Nessuna mia obiezione la convince, neanche il dubbio di ottenere davvero ciò che le è stato promesso, con tutta la concorrenza di ragazze come lei in giro.

Ciò che m’importa della vicenda Ruby, non è lo spettacolo penoso di un premier con la pompetta, ma che ci siano donne che hanno perduto la sacralità del proprio corpo e la dimensione autentica del piacere. Da femminista ho lottato per la libertà sessuale, non per la mercificazione e la degradazione della donna. Registro l’equivoco, ancora una volta. Negli anni ‘70 si gioiva per il fiorire di radio libere e tv private, si parlava di pluralismo, oggi ci si può rendere conto che il vero progetto di controllo e consumo di allora è quasi realizzato.

Manco da due anni dall’Italia e vedo una regressione enorme. Il condizionamento di massa è penetrato ancora più in profondità. E i canali attraverso cui ciò avviene si sono moltiplicati. Oggi in una casa non ci sono solo le tv, sempre accese, ma si convive con videogiochi, telefonini, computer, applicazioni… Un flusso continuo di immagini, che si assimilano inconsciamente.

All’ora di pranzo, fascia oraria per famiglie, vedo un “normale” servizio di costume del TG2 che spiega alle donne cosa devono fare per piacere agli uomini: e giù tutto il vecchio arsenale di tacchi a spillo, scollature, sculettamenti e trucchi volgari. Bevo l’amaro calice fino in fondo.

Per me, regista e giornalista della scomparsa serie televisiva “Occhi di donna”, progetto pilota per le pari opportunità nei media, è un cazzotto nei denti. Non solo non è cambiato niente ma la situazione è peggiore di quel che sembra.

Osservate le bambine, sempre più addestrate a fare le “lolite”, da un mercato che se ne frega dell’etica o dei traumi psichici con cui crescerà ancora un’altra generazione.

Ciò che sta prevalendo a livello di massa è un modello pubblicitario, semplice, ripetuto, seriale, capace di stabilirsi in modo permanente nella memoria, individuale e collettiva. Condizionano le menti, continuano a pompare immagini artificiali, che si trasformano in desideri, proiezioni, identificazioni…

Per questo, pubblico con piacere un brano tratto dal mio Format di “Occhi di donna” (1999), il bilancio di un’esperienza collettiva, ancora maledettamente attuale.








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