Perdere la faccia

ElmejorMagoesReydeSU Propia Vida

Viviamo tempi difficili. Pare che nessuno voglia più essere chiamato “anziano” e men che meno “vecchio”. I pubblicitari, adulatori a fine di lucro, hanno coniato da tempo il termine “Nyss”, cioè New Young Sixty-Seventy Years (i nuovi giovani di 60-70 anni) per designare appetitosamente questo target, cui far desiderare nuovi prodotti. Ma la scomparsa dell’immagine della vecchiaia dai media (e quindi dall’attuale fonte dell’immaginario collettivo) è avvenuta già da molto tempo, forse faceva ancora notizia, una ventina d’anni fa, la dimissione forzata di Isabella Rossellini da testimonial per una crema anti-età, al compimento dei suoi 40 anni. Oggi l’imperativo d’obbligo per donne e uomini è rimanere giovanili a tutti i costi. È un paradosso: proprio quando ci avviamo ad essere un popolo di vecchi, la vecchiaia diventa un disvalore, non ha appeal, fa paura.

Adolfo Bioy Casares

Adolfo Bioy Casares

 Lo intuiva già nel 1969 Adolfo Bioy Casares nel suo “Diario della guerra al maiale”, in cui il maiale è l’anziano in una società di giovani, perseguitato, sterminato, costretto a mascherare i propri cinquant’anni, per paura di emarginazione e morte. Sembrava un romanzo surreale, oggi è quasi d’attualità con i suoi dialoghi tra uomini: “Tu te li tingi?” – “Sei impazzito? Grazie a Dio non ne ho bisogno”. Dunque, una realtà che ti spinge ad omologarti, per non essere tagliato fuori. Chi abbia provato a non tingersi i capelli sa quanto sia difficile (più semplice smettere di fumare), non solo per sé ma soprattutto per la forte pressione sociale contraria. Parenti, amici, colleghi, semplici conoscenti, la disapprovazione più forte viene dalle donne, le ultrasettantenni sono le più accanite sostenitrici della tintura fino alla tomba. In crisi anche il tradizionale fascino dell’uomo brizzolato. L’immagine della vecchiaia si adegua al modello di sviluppo, che ci vuole consumatori a lungo termine e pensionati il più tardi possibile. Nuove industrie fanno affari e garantiscono occupazione, più che alla sulla faccia nostra.

Anna Magnani

Anna Magnani

Non mi togliere nemmeno una ruga. Le ho pagate tutte care”, pare abbia detto Anna Magnani al suo truccatore, prima di un ciak. Ma è un’eccezione. La ruga è bombardata con agenti chimici, spianata, stirata, aggredita, bandita, vissuta con umiliazione, vergogna, autoemarginazione. Insieme alle rughe, va via la nostra peculiare immagine.

Scrive James Hillman ne “La forza del carattere”: “Dei quarantacinque muscoli facciali, a parte quelli funzionalmente necessari per masticare, baciare, annusare, soffiare, strizzare gli occhi, battere le palpebre e contrarre la pelle per scacciare via le mosche, tutti gli altri servono esclusivamente per esprimere emozioni. Non servono per nutrirsi, per abbattere il nemico, allevare la prole o compiere l’atto sessuale. I ventriloqui dimostrano che non sono nemmeno necessari per parlare. E non lo sono nemmeno per respirare, ascoltare o dormire. L’esuberanza della muscolatura facciale serve per l’espressione delle emozioni, e non solo le più importanti, ma anche e specialmente certe sottigliezze dell’uomo civilizzato, come l’arroganza del sopracciglio alzato, il sarcasmo a bocca storta, il finto candore degli occhi sgranati, l’impassibile indifferenza, i sorrisini e i sogghigni. Per mezzo di questi muscoli la faccia disegna ritratti. La psiche manifesta esteticamente i propri stati d’anima. I tratti del carattere diventano immagini intelligibili”.

"Fiesta"  di Tito di Pippo

Maschere dell’artista di Tito di Pippo

Un libro straordinario questo, scritto a 88 anni da un profondo indagatore della psiche umana. Un libro che riconcilia con la senilità e fornisce idee immaginative “capaci di aggraziare il diventare vecchi e di parlare alla vecchiaia con l’intelligenza che essa si merita.” Grazie a lui apprendiamo quanto la nostra faccia sia importante per tutti.  “Se la faccia è il luogo in cui ha inizio l’etica di una società, che cosa accade alla società quando la faccia che invecchia è modificata chirurgicamente e repressa dalla cosmesi e il suo carattere accumulato è falsificato? Quale danno etico si produce quando le facce hanno scarsa visibilità? O quando esposte alla pubblica vista sono soltanto le facce depilate, truccate e rese telegeniche per garantire un prodotto? Oppure quelle non ritoccate che appaiono abbastanza miserande da commuovercisi sopra per un po’? Bisognerebbe forse, per il bene della società, proibire la chirurgia estetica? Considerare il lifting un crimine contro l’umanità? Perché il modo con cui trattiamo la nostra faccia ha conseguenze sulla società. La tua faccia è l’Altro per tutti gli altri. Se non mostra più la sua vulnerabilità assoluta, allora le ragioni della pietas, l’esigenza di sincerità, la richiesta di risposte, sulle quali poggia la coesione sociale, hanno perduto la loro sorgente originaria.”

testeditvL’apporto che i vecchi possono dare alla società (…) è soprattutto nella loro faccia, nel coraggio di esporsi alla vista. Abbiamo a disposizione troppo poche immagini della irresistibile intensità dell’anima. Troppo poche facce da additare, nessun antenato visibile a cui ancorare la collettività. Chi, alla televisione, possiamo guardare e sentirci toccati nel profondo dell’anima? Quale figura pubblica è in grado di rimettere in carreggiata una nazione con la sola forza del carattere quale è visibile sulla faccia invecchiata? Mancando di vecchi capaci di essere antenati, che cosa ci rimane? Una manica di bulli rampognanti e di isterici da pulpito, le cui facce smentiscono le virtù che predicano”.

James Hillmann

James Hillmann

Parole ispirate, in rotta di collisione con il presente politico, sociale, culturale e con il futuro affollato di ultra-ottantenni, si spera, autosufficienti. E allora, diventiamo fieri della nostra faccia, amiamola, ogni segno l’abbiamo guadagnato sul campo. Scrolliamoci di dosso paure nascoste e pressioni sociali. La bellezza delle nostre facce dense di storia emozionerà il mondo.

Ida Mastromarino

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Anticalcare per la mente

elemento agua

Elemento Acqua – Digital art di Ida Mastromarino

Nella nostra giovinezza abbiamo contestato “la tradizione”, vedendo in essa lacci troppo stretti o considerandola “di destra”. In realtà, quella che ci presentavano come “assoluta” era una forma annacquata, distorta dai poteri che sanno come manipolare le menti, per legarci ai fili dei nostri desideri e farci danzare le loro coreografie preordinate.                   Ci siamo nutriti delle loro favolette per tutti i gusti, le abbiamo assaporate, pensando che fossero impastate anche con la nostra farina.

elemento tierra

Elemento Terra – Digital art di Ida Mastromarino

Duole rendersene conto, lo so. Disincrostarsi non è mai facile. Il calcare si annida nei posti più segreti. Nessuno lo fa volentieri, di solito ci si è costretti. Afferma C.G. Jung: “Nulla si trasforma senza necessità e la personalità umana meno che mai. Essa è terribilmente conservatrice, per non dire inerte. Solo la più dura necessità riesce a risvegliarla.”   Mettere in discussione il proprio Ego, con tutto il suo corredo di certezze, abitudini mentali ed emotive, è un lavoro impegnativo, che non ha mai fine. In cambio, si produce la nascita di un livello di coscienza superiore e la mente si apre a nuove percezioni della realtà. Questo insegnano tutte le tradizioni filosofiche e religiose antiche.

Conoscendo te stesso conosci tutti i difetti e i pregi del mondo.

elemento aire

Elemento Aria – Digital art di Ida Mastromarino

La Scienza contemporanea conferma molte intuizioni della Tradizione, spostando i confini del conoscibile fuori dalla limitata percezione umana. Costretti nei limiti della percezione sensoriale, soggetti all’illusione di un solido ordine razionale e alla potenza oscura delle emozioni che mina quell’ordine dall’interno, la nostra mente proietta continuamente immagini e pensieri. Poco importa che siano reali o immaginari, per il cervello hanno la stessa concretezza di segnale elettrico che innesca processi fisici. Conoscersi significa capire come funzioniamo, vedersi oggettivamente.

elemento fuego

Elemento Fuoco – Digital art di Ida Mastromarino

Le Cadavre exquis

titodipippoblog

“Le Cadavre exquis ha, se ben ci rammentiamo – e se osiamo dire così – preso origine verso il 1925 nella vecchia casa, ora distrutta, del numero 54 della rue du Château. Là, molto prima di dedicarsi allo studio delle prospettive della letteratura americana, Marcel Duhamel ricavava dalla sua partecipazione abbastanza fantasiosa (ma di stile elevato) all’industria alberghiera, di che ospitare in pianta stabile i suoi amici Jacques Prévert e Yves Tanguy, che ancora non eccellevano se non nell’arte di vivere e vivificare tutto ciò che li circondava con le loro battute di spirito. Anche Benjamin Péret fece un lungo soggiorno presso Duhamel. Il non-conformismo assoluto, la più generale mancanza di rispetto erano di rigore, lo spirito più sbrigliato vi regnava. Il tempo era dedicato sempre al piacere e a nient’altro. Ogni sera, o quasi, ci vedeva riuniti intorno a una tavola, dove il Château-Yquem non sdegnava di fondere la…

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Sol y Luna

Appunti di vita in Fuerteventura. Duetto per fotografia e video di Tito Di Pippo e Ida Mastomarino, produzione Art Quijote, creazione Ida Mastromarino. Aspettando la Luna piena del 19/3/11, per le Dune di Corralejo, Spazio naturale protetto dell’Isola di Fuerteventura. Il pianeta si avvicina tanto alla Terra, solo ogni 20 anni.

La musica dei Tangerine Dream e alcune meditazioni del Mestro spirituale e fisico quantico Deepak Chopra, accompagnano il crescendo di immagini orchestrato dalla natura.

¿Eres capaz de verte come el punto alrededor del cual todo está girando?

Los mundos interno y externo están conectados. Ambos tienen la misma fuente; están organizados por la misma inteligencia profunda; se responden entre sí. En un nivel íntimo, tu existencia se entrelaza con el universo, no por azar sino por intención.

¿Por qué ciertos momentos parecen tener una magia irrepetible? Sólo tú puedes saberlo, pero no lo sabrás si no te sintonizas con el sentimiento. El símil mas cercano que se me ocurre en esta clase de relación privilegiada es la que se da entre personas que se aman.(…)

Nuestra fusión con algo más grande que nosotros es una fusión de dos subjetividades. Se le ha llamado relación “yo y tú”, o la sensación de ser como una ola en el océano infinito del Ser. No permitas que nombres y conceptos te distraigan. No hay una manera determinada para relacionarte con el universo. Sólo relaciónate a tu modo. Un niño pequeño, como mi nieta, encuentra su camino hablando con árboles y dragones invisibles. Ésa es su relación privilegiada. Cual será la tuya? Estremécete de expectación y descúbrelo.”

Deepak Chopra


Il Quinto Elemento

Creazione e realizzazione Ida Mastromarino. Musica e voce Tito Di Pippo e Ida Mastromarino.

Da tre fonti si alimenta questo video d’arte, dedicato a tutti i vivi e i  morti.

Prima fonte, le meditazioni stimolate dalla lettura de “il libro dei segreti” di Deepak Chopra: “la rottura assoluta tra la vita e la morte è un’illusione. Ciò che preoccupa le persone davanti alla perdita del corpo è che sembra una rottura o interruzione terribili. Questa interruzione si concepisce come sparire nel vuoto; è l’estinzione totale della persona. Però questa prospettiva, che suscita una paura tremenda, è limitata all’ego. L’ego brama la continuità; vuole sentirsi oggi come un’estensione di ieri (…) in questo momento già non sei la persona che eri un secondo fa. Pertanto ti stai afferrando ad un’illusione di continuità. Rinuncia ad essa in questo momento e comprenderai che sei stato discontinuo tutto il tempo: sei cambiato continuamente, e costantemente ti sei sommerso nell’oceano di possibilità per generare qualcosa di nuovo.

La morte si può considerare un’illusione completa, perché già sei morto. Quando pensi a chi eri, nei termini dell’io, ti rimetti al tuo passato che già non esiste. I ricordi sono reliquie di un tempo andato. L’ego si mantiene intatto mediante la ripetizione di ciò che già sa. Però la vita è, di fatto, sconosciuta, come deve essere se vogliamo concepire nuovi pensieri, desideri ed esperienze. Se scegli di ripetere il passato, impedisci che la vita si rinnovi. (…)

Se rifiuti l’idea di stare nel mondo ti renderai conto del fatto che sempre hai vissuto da questo luogo discontinuo. Non circoscritto, chiamato anima. Quando muori entrerai nello stesso luogo sconosciuto, e allora avrai una buona opportunità di sentire che mai sei stato più vivo. Perche aspettare? Puoi essere tanto vivo come vuoi mediante un processo conosciuto come resa.è il passo successivo per vincere la morte (…) quando ti vedi come il ciclo totale di morte nella vita e vita nella morte, allora ti sarai arreso, lo strumento mistico più potente contro il materialismo. Sulla soglia della realtà unica, il mistico rinuncia a tutta la necessità di limiti e si immerge direttamente nell’esistenza. Il cerchio si chiude e il mistico sperimenta se stesso come la realtà unica.”

La seconda fonte è la ricerca su reale e immaginario fatta da edgar Morin: riflessi, ombre, fluidità, esercitano un potere immenso di fascinazione sulla psiche umana, danno corpo al nostro doppio, sono in relazione con le pratiche magiche e i primi illusionisti cinematografici. Ho approfondito questi aspetti psichici nel mio libro “La lingua segreta delle immagini”.

La terza fonte sono io. Io, il mago dei Tarocchi, l’illusionista arcaica, Il Quinto Elemento, l’osservatore che influisce sull’osservato, componendo la mia personale visione dal profondo dell’anima, sperimentando il potere ipnotico dei riflessi, giocando con la luce su cristalli, specchi, lenti…

Dal vaso vuoto all’acqua, la vita. Pietre riempiono il vaso – le prime, chiare e luminose, le ultime nere come la notte. Ma, anche quando non c’è più luce, l’energia non cessa di esistere. Il tempo è l’illusione che ci lega all’ego. L’energia fluisce sempre e assume forme diverse, fisiche e mentali.

Nella realtà unica, mistica e quantica, siamo molecole danzanti. Per questo canto  “I never die”, io non muoio mai.

Ipazia d’Alessandria

Ho visto Agorà, il film di Alejandro Almenabar, che in Italia non ha distribuzione pare a causa dell’opposizione della Chiesa, che preferisce che certe sue storie “imbarazzanti” non vengano divulgate.

Avendo avuto la “sacrosanta” libertà di vederlo, qui in Spagna, posso anche “confessare” la delusione per la superficialità di questo kolossal, che pure racconta con grandi mezzi ed immagini potenti, la storia dell’uccisione della filosofa Ipazia per mano di una turba di cristiani inferociti, sobillati da quel Cirillo di Alessandria che poi, per altre ragioni, è stato fatto santo.

La sua morte è descritta con parole crude dallo storico cristiano del V secolo Socrate scolastico:”Le strapparono le vesti di dosso, sfregiarono la sua pelle e lacerarono le carni del suo corpo con delle conchiglie affilate finché non esalò l’ultimo respiro. Squartarono il suo corpo e la ridussero in cenere”.

Immagini troppo violente, evidentemente, anche per una pellicola che affronta un tema coraggioso: nella finzione cinematografica Ipazia si fa uccidere, prima delle torture, da un ex schiavo pietoso, innamorato di lei. E fin qui, poco male. Non ricordo un kolossal che non abbia romanzato la storia, pur di piacere al botteghino.

La mancanza principale sta nel personaggio di Ipazia, presentata come matematica e non come maestra di filosofia platonica quale era: un personaggio privo di spessore, leggero, una mosca bianca, circondata solo da uomini, che tentano di proteggerla dalla sua intelligente caparbietà, perché sono innamorati di lei e della sua bellezza.

Purtroppo le opere di Ipazia sono andate perdute e anche le fantasie contemporanee risentono dell’ignoranza sulle origini antiche di un femminile autorevole e sapiente, cancellato dalla cultura patriarcale.

Ipazia non era l’unica filosofa dell’antichità. Recensendo un libro di Gilles Ménage, latinista precettore di Madame de Sevigné e di Madame de Lafayette, il “Mulierum philosopharum historia”, scritto nel 1690 e ripubblicato in Francia nel 2003, con il titolo “Histoire des femmes philosophes”, Umberto Eco commenta:

Altro che la sola Ipazia: anche se dedicato principalmente all’età classica, il libro di Ménage ci presenta una serie di figure appassionanti, Diotima la socratica, Arete la cirenaica, Nicarete la megarica, Iparchia la cinica, Teodora la peripatetica (nel senso filosofico del termine), Leonzia l’epicurea, Temistoclea la pitagorica, e Ménage, sfogliando i testi antichi e le opere dei padri della chiesa, ne aveva trovate ben sessantacinque, anche se aveva inteso l’idea di filosofia in senso abbastanza lato.

Se si calcola che nella società greca la donna era confinata tra le mura domestiche, che i filosofi piuttosto che con fanciulle preferivano intrattenersi coi giovinetti, e che per godere di pubblica notorietà la donna doveva essere una cortigiana, si capisce lo sforzo che debbono aver fatto queste pensatrici per potersi affermare. D’altra parte, come cortigiana, per quanto di qualità, viene ancora ricordata Aspasia, dimenticando che era versata in retorica e filosofia e che (teste Plutarco) Socrate la frequentava con interesse.

Sono andato a sfogliare tre enciclopedie filosofiche odierne e di questi nomi (tranne Ipazia) non ho trovato traccia. Non è che non siano esistite donne che filosofassero. È che i filosofi hanno preferito dimenticarle, magari dopo essersi appropriati delle loro idee.” (Umberto Eco, L’espresso 11/12/2003)

Appropriazioni, stravolgimenti, occultamenti di un femminile sapiente, a dispetto delle apparenze attuali di “pari opportunità”, continuano ancora.

El coraje de la vejez

Hoy he leído en el País un articulo de Umberto Eco. Es un escritor italiano famoso, profesor de Semiología en la universidad de Bolonia, donde he estudiado yo. He pensado: ! Mira! El escribe en español ! Que maravilla! He empezado a leer, admirando la calidad de sus palabras, mientras en mi cabeza pensamientos come “entonce, yo también podría escribir bien…”, tocaban las arpas de mi inconmensurable Ego. Por suerte, las dudas me defienden da el y, de repente, mis ojos se van al fondo della pagina y, claro, hay un traductor español. Eso me relaja y empiezo a leer, para disfrutar de la ocasión única de leer un autor que admiro, por el profundo conocimiento de la lengua italiana, bien traducido en el español que estoy estudiando ahora. Muy interesado, se habla de Saramago, el Nobel portugués que a los 87 anos está publicando un blog donde “exhibe una franqueza y beligerancia muy distinta a su estilo de novelista”.

Son muy pocas, hoy en día, las personas que escriben con franqueza, y siempre son muy ancianas. Es la libertad que te deja la proximidad con la muerte, que te quita las ilusiones y el miedo. Esta es la verdadera riqueza de la vejez, pero nadie non enseña a llegar a esta sabiduría, la juventud parece el único valor importante.

Me gustaría tener ya ahora este coraje maduro. Cuando vuelva a Canarias puede ser que empieze un blog en castellano, donde poner mis reflexiones. Un buen titulo podría ser “Crónicas Canarias”, parafraseando las crónicas marcianas de Ray Bradbury. Pero, in este caso, la marciana sería yo.

Málaga, 7 de octubre 2009

Rivoluzione di coscienza

Mandala Arena Per uscire dall’egoismo capitalista individuale o statale, che dir si voglia, dobbiamo uscire dal mondo dell’io. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo potrà morire quando morirà il mostro del desiderio, dell’egoismo, del “tu sei tu” e “io sono io”.
La via dell’io è via d’ingiustizia, d’intolleranza, di non libertà e di non fratellanza, qualunque filosofia possa seguire. Se vogliamo, dunque, instaurare una società in cui la Libertà, la Fratellanza e l’Uguaglianza vivano veramente, dobbiamo fare una radicale rivoluzione di coscienza e rettificare prima di tutto in noi il guasto che inconsciamente o consciamente abbiamo prodotto; dobbiamo, in altri termini, modificare le cause non gli effetti.
Senza questa rivoluzione, ogni altra rivoluzione è falsa rivoluzione. (…) Lo “Stato ideale” e perfetto dobbiamo realizzarlo prima di tutto in noi stessi. Là dove non v’è una perfezione interiore, non può esserci altresì una perfezione esteriore.”.

Raphael, “La Filosofia dell’Essere”

Il Mito della Caverna

Mandala Chiara Visione“Socrate: In séguito, continuai, paragona la nostra natura, per ciò che riguarda educazione e mancanza di educazione, a un’immagine come questa. Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini.
Glaucone: Vedo, rispose.
S: Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.
G: Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri.
S: Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?
G: E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? –
S: E per gli oggetti trasportati non è lo stesso?
G: Sicuramente.
S: Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni?
G: Per forza.
S: E se la prigione avesse pure un’eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell’ombra che passa?
G: Io no, per Zeus!, rispose.
S: Per tali persone insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.
G: Per forza, ammise.
S: Esamina ora, ripresi, come potrebbero sciogliersi dalle catene e guarire dall’incoscienza. Ammetti che capitasse loro naturalmente un caso come questo: che uno fosse sciolto, costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; e che cosí facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre. Che cosa credi che risponderebbe, se gli si dicesse che prima vedeva vacuità prive di senso, ma che ora, essendo piú vicino a ciò che è ed essendo rivolto verso oggetti aventi piú essere, può vedere meglio? E se, mostrandogli anche ciascuno degli oggetti che passano, gli si domandasse e lo si costringesse a rispondere che cosa è? Non credi che rimarrebbe dubbioso e giudicherebbe piú vere le cose che vedeva prima di quelle che gli fossero mostrate adesso?
G: Certo, rispose.
S: E se lo si costringesse a guardare la luce stessa, non sentirebbe male agli occhi e non fuggirebbe volgendosi verso gli oggetti di cui può sostenere la vista? e non li giudicherebbe realmente piú chiari di quelli che gli fossero mostrati?
G: È cosí, rispose.
S: Se poi, continuai, lo si trascinasse via di lí a forza, su per l’ascesa scabra ed erta, e non lo si lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non ne soffrirebbe e non s’irriterebbe di essere trascinato? E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere.
G: Non potrebbe, certo, rispose, almeno all’improvviso.
S: Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore. E prima osserverà, molto facilmente, le ombre e poi le immagini degli esseri umani e degli altri oggetti nei loro riflessi nell’acqua, e infine gli oggetti stessi; da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo stesso piú facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.
G: Come no?
S: Alla fine, credo, potrà osservare e contemplare quale è veramente il sole, non le sue immagini nelle acque o su altra superficie, ma il sole in se stesso, nella regione che gli è propria.
G: Per forza, disse.
S: Dopo di che, parlando del sole, potrebbe già concludere che è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile, e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e i suoi compagni vedevano.
G: È chiaro, rispose, che con simili esperienze concluderà cosí.
S: E ricordandosi della sua prima dimora e della sapienza che aveva colà e di quei suoi compagni di prigionia, non credi che si sentirebbe felice del mutamento e proverebbe pietà per loro?
G: Certo.
S: Quanto agli onori ed elogi che eventualmente si scambiavano allora, e ai primi riservati a chi fosse piú acuto nell’osservare gli oggetti che passavano e piú rammentasse quanti ne solevano sfilare prima e poi e insieme, indovinandone perciò il successivo, credi che li ambirebbe e che invidierebbe quelli che tra i prigionieri avessero onori e potenza? O che si troverebbe nella condizione detta da Omero e preferirebbe “altrui per salario servir da contadino, uomo sia pur senza sostanza”, e patire di tutto piuttosto che avere quelle opinioni e vivere in quel modo?
G: Cosí penso anch’io, rispose; accetterebbe di patire di tutto piuttosto che vivere in quel modo.
S: Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole?
G: Sí, certo, rispose.
S: E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? E se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? E non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?
G: Certamente, rispose.

Platone, “La Repubblica”

La Favola delle Generazioni

Mandala Inconscio

Benvenuti nella rivoluzione digitale.
Benvenuti nell’era del tempo ridotto in briciole.
Un tempo fu rivoluzione industriale.
Gli Avi conobbero sfruttamento, violenze, rivolte, guerre.
Gli Eredi ancora oscillano sull’altalena storica
di schiavitù e tutele, perdite e conquiste,
detta lotta di classe.
Cicli che si ripetono.
La storia delle antiche civiltà disegna
sempre lo stesso grafico
una linea che sale all’apice e poi declina
fino a sparire.
Condizionati a ripetere gli schemi dello scontro sociale
non cogliamo il declino in noi stessi
in ciò che avviene nelle nostre menti
sempre più distratte
parcellizzate
sedotte da illusioni
sedate da sostanze.
Il vero Eroe cambia destino
quando conosce se stesso.

Fuerteventura, Aprile 2009