Punti di vista

Uno scrittore acuto come Raymond Queneau dimostra cosa sia la creatività e come la realtà cambi, secondo il punto di vista di chi racconta: un episodio di vita quotidiana, di sconcertante banalità, è narrato con effetto comico in 99 modi diversi, tutti indicativi di personalità differenti. Ne traggo qualche brano come esempio ma è un libro illuminante per giornalisti, operatori, registi, animatori. La prima è la più asettica, il fatto.

 

 

Notazioni.

 

 

Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint – Lazare. È con un amico che gli dice: “ dovresti far mettere un bottone in più al soprabito”. Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

 

 

Sorprese.

 

Com’eravamo schiacciati su quella piattaforma! E come era ridicolo e vanesio quel ragazzo! E che ti fa? Non si mette a discutere con un poveretto che – sai la pretesa, il giovinastro! – lo avrebbe spinto? E non ti escogita niente po po’ di meno che andar svelto ad occupare un posto libero? Invece di lasciarlo a una signora! Due ore dopo, indovinate chi ti incontro davanti alla Gare Saint-Lazare? Ve la do a mille da indovinare! Ma proprio lui, il bellimbusto! Che si faceva dar consigli di moda! Da un amico! Stento ancora a crederci!

 

 

 

 

Me, guarda…

 

Me, guarda, ‘ste cose non le capisco: un tipo che s’intigna a marciarti sul ditone ti fa girare i cosiddetti. Ma se dopo aver protestato va poi a sedersi come un cottolengo, me guarda questo non mi va giù. (…)Guarda che poi delle volte nella vita ci sono delle combinazioni che basta… d’altra parte me lo dico sempre, solo le montagne non si incontrano mai. Due ore dopo non te lo rivedo di nuovo, quello? Giuro, te lo vedo davanti alla Gare Saint-Lazare! Me guarda, l’ho visto in compagnia di un compagno del suo giro che gli diceva (me guarda ho sentito proprio bene):”dovresti spostare quel bottone”. Me guarda, l’ho visto come vedo te, ci faceva vedere il bottone in alto.

 

 

Aspetto soggettivo.

 

Non ero proprio scontento del mio abbigliamento, oggi. Stavo inaugurando un cappello nuovo, proprio grazioso, e un soprabito di cui pensavo tutto il bene possibile. Incontro X davanti alla Gare Saint-Lazare che tenta di guastarmi la giornata provando a convincermi che il soprabito è troppo sciancrato e che dovrei aggiungervi un bottone in più. Cara grazia che non ha avuto il coraggio di prendersela con il mio copricapo. Non ne avevo proprio bisogno, perché poco prima ero stato strigliato da un villan rifatto che ce la metteva tutta per brutalizzarmi ogniqualvolta i passeggeri scendevano o salivano. E questo in una di quelle immonde bagnarole che si riempiono di plebaglia proprio all’ora in cui debbo umiliarmi e servirmene.

 

 

Altro aspetto soggettivo.

 

C’era oggi sull’autobus, proprio accanto a me, sulla piattaforma, un mocciosetto come pochi – e per fortuna, che son pochi, altrimenti un giorno o l’altro ne strozzo qualcuno. Ti dico, un monellaccio di venticinque o trent’anni, e m’irritava non tanto per quel suo collo di tacchino spiumato, quanto per la natura del nastro del cappello, ridotto ad una cordicella color singhiozzo di pesce. Il mascanzoncello gaglioffo! Bene, c’era  abbastanza gente a quell’ora, e ne ho approfittato: non appena la gente che scendeva e saliva faceva un po’ di confusione, io tac, gli rifilavo il gomito tra le costolette.

 

 

Ha finito per darsela a gambe, il vigliacco, prima che mi decidessi a premere il pedale sui suoi fettoni e a ballargli il tip tap sugli allucini santi suoi! E se reagiva gli avrei detto, tanto per metterlo a disagio, che al suo soprabito troppo attillato mancava un bottoncino. Tiè! “.[1].

 

Dov’è la “verità”?

 

C’è un film molto bello di un grande maestro giapponese, Akira Kurosawa, antesignano regista esteta dei film di samurai. In “Rashomon” l’azione ci mostra un delitto appena compiuto e ci fa rivivere, attraverso le testimonianze al processo, quattro versioni dello stesso omicidio, compresa quella del morto, completamente diverse tra loro.

I buddisti dicono che la verità è come un diamante: ogni lucente sfaccettatura rappresenta un aspetto della realtà. Immaginando un racconto, una notizia, una fotografia, una ripresa, la ricerca del punto di vista è essenziale per mettere in luce nuovi significati.


[1] Raymond Queneau, Esercizi di stile, Giulio Einaudi editore, Torino 1983

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